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Nel Kivu una guerra da 5 milioni di Morti

Nel Kivu una guerra da 5 milioni di Morti

Il Kivu appare come una distesa di colline dolci, verdi e fiorite che si perdono a vista d’occhio e si riflettono in un grande lago dalle coste frastagliate. E’ una delle regioni più belle dell’Africa all’estremo nord est del Congo, ai confini col Ruanda. In questi ultimi anni l’attenzione del mondo, se pur fugacemente, si è focalizzata su queste zone non per i paesaggi e le bellezze naturali ma per le guerre ed i milioni di morti da esse provocati. Sarebbe una terra benedetta perché oltre al fascino dei suoi panorami possiede un sottosuolo ricchissimo di minerali rari e preziosi. Questa ricchezza è stata paradossalmente la causa dei drammi e della povertà delle persone che vi abitano. Il sottosuolo è ricco di diamanti, oro, zinco e soprattutto di coltan da cui si estrae il tantallio. Questo minerale, che si ricava da una roccia friabile e relativamente superficiale, serve per molti prodotti della moderna tecnologia, dai telefonini ai computer, alle testate nucleari. Ebbene, nel Kivu ogni anno se ne estrae una quantità pari all’80% di tutta la produzione mondiale.
Sono appena tornato da questa regione dove svolgevo l’attività di chirurgo per la Onlus “Medici in Africa” presso l’ospedale di Luhwinja, a 2000 metri di altezza, nella provincia di Bukavu.
Insieme ad alcuni colleghi italiani abbiamo curato questa gente e sentito i drammatici racconti di una guerra che ha già provocato oltre 5 milioni di morti e 2 milioni di sfollati. La maggioranza delle persone neppure si chiede i motivi di questo conflitto e cerca solamente di sopravvivere col solito rassegnato fatalismo africano; ma i congolesi più colti ritengono che la versione ufficiale fornita dai i media occidentali sia del tutto falsa.
La guerra non sarebbe originata da uno scontro di etnie locali, i Tutsi e gli Hutu, abituati a convivere da numerosi secoli in diversi stati del Centro- africa; non si tratta di uno scontro di etnie ma uno scontro tra stati. L’obiettivo del Ruanda, assolutamente privo di ricchezze naturali, era quello di invadere il vicino e ricchissimo Kivu.
Non a caso, nel 2004 il noto capo delle forze ribelli del CNDP (congresso nazionale per la difesa del popolo) Laurent Nkunda, che si contrapponeva insieme a milizie Tutsi all’esercito regolare della Repubblica democratica del Congo, invase la città di Bukavu e le più importanti zone minerarie del paese. I conflitti in realtà si inseriscono in un contesto che va ben oltre le sole rivalità tribali e che pone le sue radici nelle politiche coloniali dei paesi europei, attratti dalle grandi risorse del Congo: il legname prima, l’oro poi ed infine il Coltan. Fin dagli anni ’60 i dissidi tra Tutsi e Hutu che ebbero luogo in Congo, in Ruanda ma anche nei paesi con essi confinanti, sono stati fomentati dalle decisioni governative locali imposte dall’Europa a scopo di lucro. Queste zone furono teatro delle più sanguinose e drammatiche pagine di storia dell’umanità, come il genocidio dei Tutsi del 1994, e continuano ad esserlo tutt’oggi, come testimoniato dalla violenta riaccensione dei conflitti nel 2008.
Gli interessi odierni dei paesi Europei si mescolano alla politica USA e alle necessità delle multinazionali in un quadro molto complesso.
Gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda hanno cambiato politica, appoggiando il governo Ruandese ed abbandonando il Congo, guidato dall’imbarazzante dittatore Mobutu che durante la guerra fredda aveva invece rappresentato un punto di riferimento filo-americano.
A tutt’oggi permane una situazione di instabilità su tutto il Kivu con focolai di guerriglia più o meno sopiti che possono risvegliarsi in qualsiasi momento e far ripiombare il paese nel caos e nella violenza, come è successo lo scorso anno. La rivalità tra tribù costituisce un motivo accessorio di dissidio, fomentato dai paesi sviluppati che hanno buon gioco a gettare benzina sul fuoco (oltre a fornire ogni genere di armi). Intanto, approfittando della debolezza del Congo e dello scarso controllo del governo centrale (la capitale Kinshasa è a oltre 2000 km di distanza) le multinazionali sono all’opera per l’estrazione di minerali.
Io stesso ho visto, nella provincia di Bukavu, gli scavi iniziali per costruire quella che sembra sarà a breve la più grande miniera d’oro del mondo.
La ricostruzione storica dei fatti è difficile e riguarda una situazione mutevole ed instabile; le mie considerazioni inoltre derivano prevalentemente dalle valutazioni dei congolesi con i quali ho avuto modo di parlare; quindi è difficile affermare che corrisponda esattamente alla realtà. Ma sono sotto gli occhi di tutti alcune evidenze.
Innanzitutto il Ruanda, grande all’incirca come il nostro Piemonte, è entrato in guerra contro il Congo, grande come tutta l’Europa occidentale e che possedeva un esercito ben più numeroso. Malgrado questa disparità il Ruanda ha quasi sempre avuto la meglio negli scontri diretti.
Negli ultimi anni il Ruanda, pur poverissimo di sottosuolo ed in guerra, ha avuto uno sviluppo economico ed organizzativo d’eccezione ed ora ha una bella e ordinata capitale, strade ben assestate e tutti i segni esteriori del benessere. Il Congo al contrario, uno dei paesi più ricchi del mondo, appare come una nazione povera e prostrata dalla guerra ed il passaggio dal Ruanda al Congo ricorda il passaggio da Berlino Ovest a Berlino Est durante la guerra fredda.
Sui mercati mondiali il Ruanda figura tra i primi produttori di oro e di coltan, mentre in realtà ne è assolutamente privo.
A Kigali, capitale del Ruanda, hanno sede le direzioni delle numerose multinazionali, prevalentemente società con sede legale in Belgio o in nord America, che lavorano ed estraggono i minerali nel Kivu.
Infine il governo ruandese pochi anni fa ha cambiato la lingua ufficiale passando dal francese all’inglese ed ospitando molto personale governativo americano.
La sintesi conclusiva è che molto probabilmente ancora una volta il mondo occidentale ha favorito se non determinato una guerra del continente africano per trarre importanti vantaggi economici. E ciò senza alcuna considerazione della vita e della morte di milioni di persone.