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Kenyan Ride

KENYA 06

Dopo un interminabile viaggio aereo arriviamo in Kenia: Nairobi ci accoglie col suo aeroporto moderno e funzionale. La città ha grattacieli, traffico caotico e smog degni di una qualunque città europea.

Io, Vittorio ed Ida, i colleghi con cui viaggiavo, ci guardiamo intorno spiazzati e un po’ delusi dalla sua modernità.

L’autista Kitingi, inviato dalla missione di Matiri, ci porta con un pulmino attraverso il caos cittadino. Il centro della città è moderno, con scorci imprevedibili, e sfuma progressivamente in una tragica bidonville che lascia posto ad una deserta campagna.

La strada, dopo aver attraversato piantagioni di ananas e di the’ di alcune multinazionali, si inoltra in una natura sempre più incontaminata, dominata in lontananza dalla mole del monte Kenya. Finalmente mi sento in Africa!

Dopo un lungo tratto di strada quasi asfaltata Kitingi si inoltra in una pista di terra rossa, con buche  che mettono a dura prova la resistenza sua e del pulmino,e ci porta infine all’ospedale S.Orsola di Matiri, distretto di Meru.

La missione sorge su un crinale in mezzo ad un panorama di colline vulcaniche ricoperte da fitta vegetazione.Contrariamente a molti altri ospedali africani, fatti di tanti padiglioni staccati , questo è composto da una unica costruzione con reparti uniti da corridoi altissimi, per dissipare il caldo.

La casa dove abitano i medici è poco distante dall’ospedale ed è ombreggiata da un enorme albero di tamarindo.

L’ospedale e la casa sono invasi da una quantità enorme di grosse farfalle scure che svolazzano ovunque e tappezzano tutti i muri, dando una sensazione di cupa inquietudine. Sono innocue ma opprimenti e fastidiose: faticheremo perfino a tenerle fuori dalla sala operatoria!

Comunque ci sono molti uccelli , dai colori più disparati, che se ne cibano. Per non parlare dei rospi e dei gechi. Così dopo qualche tempo fortunatamente diminuiscono…per lasciare il posto a zanzare o simili insetti ancora più fastidiosi.

Ci accoglie festosamente e con sollievo Patrizio,il chirurgo residente, un simpatico napoletano iperattivo che fa anche da direttore dell’ospedale. Oltre a lui ci sono solo Rita, una ostetrica, e due clinical officer kenioti (giovani quasi medici) per sbrigare tutto il lavoro dell’ospedale.

Rita è formidabile: è qui da molti anni ed ha creato una intera generazione di ostetriche locali che la aiutano ad assistere un enorme numero di parti, inconcepibile da noi.

La popolazione la adora e nella chiesa del paese, negli affreschi che rappresentano la vita di Gesù, moro, lei è raffigurata, unica bianca, col suo vestitino a fiori in mezzo alle mamme e ai bimbi che ha aiutato a nascere.

Ci sono anche alcuni volontari non medici della comunità di S. Egidio, che si occupano di un progetto per impedire la trasmissione dell’AIDS da madre a figlio, alla nascita. Sono giovani entusiasti, che sono qui da alcuni mesi, e che si danno molto da fare nei villaggi circostanti e nel reparto maternità. Questo è composto da una camerata dove spesso sono ospitate anche due donne per letto, con i relativi neonati!

Iniziamo subito una frenetica attività operatoria, che non ci consentirà, nella prima settimana, di uscire dalla cinta ospedaliera!

Facciamo molti parti cesarei, che vengono inviati alla missione anche dall’ospedale pubblico di Marimanti: questo fatto mi lascia perplesso… Un giorno riesco ad andare a vederlo e mi rendo conto che c’è solo un vecchio medico, due ostetriche e che non ha la luce elettrica. In compenso sfoggia il baobab più grande e maestoso che abbia mai visto: una dozzina di metri di diametro!  (fto)

Il lavoro ci travolge e, come se non bastasse, prima una e poi altre due volontarie crollano a letto con la malaria. Tutti ci diamo da fare per curarle e per non lasciarle sole… fortunatamente si riprendono in fretta!

Così, dopo qualche giorno, riusciamo perfino ad andare al villaggio a bere una birra : calda, perché non c’è elettricità né acqua. Poiché il villaggio sorge su una collina è compito delle donne o delle bambine andare al fiume a prendere l’acqua con catini o taniche di plastica. Questo lavoro pesante occupa una grossa parte del tempo delle donne! (fto)

Mentre torniamo in ospedale, un grosso serpente nero attraversa il sentiero e sfreccia fra i piedi di Vittorio, che si esibisce in un balzo veramente acrobatico!

In effetti nel periodo che staremo in Kenya dovremo curare almeno quattro morsi di serpente velenoso, fortunatamente senza perdere nessun paziente. Qualcuno ,però, se la vede brutta e un bimbo avrà una necrosi cutanea importante ad una gamba, nonostante i nostri sforzi e che subito dopo il morso i familiari gli avessero   applicato la “pietra nera”, che gli stregoni locali adoperano con un certo successo.

qui comunemente la gente pensa che la malattia sia dovuta o ad un malocchio o a un peccato commesso: pertanto la popolazione ricorre sempre allo stregone ed alla medicina tradizionale prima di venire in ospedale: talvolta ritardando pericolosamente le cure , talvolta con buoni risultati.  

Certe prescrizioni che a noi sembrano strane ( mangiare un certo tipo di terra per il mal di stomaco) si sono rivelate spesso equivalenti nella composizione a medicinali che utilizziamo in occidente…

Lo stregone del villaggio ci sopporta a fatica, ma  qualche volta ci manda pazienti: un giorno aveva provato a mandare via un diavolo, che causava un feroce mal di testa ad un tizio, somministrando un gran colpo di machete sul cranio del malcapitato! Visto che questo stava decisamente peggio di prima , lo ha mandato da noi! Fortunatamente siamo riusciti a curare la ferita e la frattura dell’osso temporale con buoni risultati…

Il tempo ci incalza e alla fine ci riusciamo a prendere un sabato e domenica per visitare il parco di Samburu, a qualche ora di macchina verso nord.

Il colpo d’occhio sulla savana ci fa pensare al mattino del mondo, quando frotte di animali di diverse famiglie coabitavano. Fa impressione vedere i leoni vicino a tanti erbivori, che continuano a pascolare. Sembra quasi che questi preferiscano vedere dove sono i leoni per poterli controllare piuttosto che fuggire lontano!

Le emozioni non mancano: il “matatu”, vecchio pulmino Toyota guidato dal solito Kitingi, prima viene caricato da un elefante infuriato e poi si va ad insabbiare in un ruscello secco. Cerchiamo disperatamente di tirarci fuori dagli impicci, ma senza successo. Così cala la notte e noi restiamo bloccati nella savana… Dopo alcune ore ci vengono a salvare i ranger del parco che ,non vedendoci arrivare al lodge, si sono messi sulle nostre tracce e sono stati avvisati da dei pastori Samburu dov’erano gli sprovveduti.

Questa Africa pittoresca e bellissima ci strega e non si vorrebbe venire più via, purtroppo il tempo vola e dopo un mese di permanenza ed 84 interventi dobbiamo tornare a casa!  Con un po’ di rimpianto e la voglia di rivedere i nostri cari salutiamo gli amici e promettiamo di tornare…