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Missione Togo 2009

TOGO 2009

La spedizione in Togo ci ha condotti da Parigi a Lomè, dove siamo stati ospitati dalle suore Canossiane della capitale. Il giorno seguente siamo partiti alla volta di Datcha, nella diocesi di Atakpamè, distante una mezza giornata di viaggio dalla capitale.

L’unica strada asfaltata del Togo, che si spinge fino in Burkina, si snoda fra colline verdeggianti e boschetti di teck, attraversando qualche piccola cittadina. Dalla strada asfaltata una pista sterrata ci conduce all’ospedale di Datcha.

Qui giunti veniamo festosamente accolti dalle suore Canossiane, che conoscevamo dal viaggio precedente: suor Gina, suor Annamaria,suor Vittorina , suor Ellis e le altre consorelle.

L’ospedale S. Joseph di Datcha è fatto, come molti altri ospedali africani, di piccoli padiglioni muniti di veranda e collegati fra di loro da pensiline. Queste, utili per fare passare le persone all’ombra, sono assolutamente indispensabili nel periodo delle piogge, che qui sono particolarmente violente e frequenti.

I padiglioni sono puliti e decorosi, ma l’ospedale , come nel resto dell’africa, non fornisce ai pazienti né i pasti né le lenzuola: pertanto le camere sono coloratissime dai panni che ciascuno si porta da casa. Inoltre per ogni paziente vi sono alcune persone della famiglia o tribù che gli preparano da mangiare o pagano la magra retta ospedaliera facendo lavori di manutenzione. Grazie a questo fatto l’ospedale ha dei giardini curatissimi e ordinati ed è ben pulito, nonostante il clima infernale, più adatto alla selva ed agli insetti che all’uomo.

Gli alberi che ombreggiano i padiglioni sono frequentatissimi da uccelli tessitori e di altre specie molto rumorose e da enormi pipistrelli che di giorno dormono. Di notte, al contrario, tacciono gli uccelli ma sono attivi i pipistrelli che con rospi e iguane tengono sotto controllo la popolazione di insetti.

Il padiglione operatorio è l’unico munito di aria condizionata, che spesso non funziona, e di generatore elettrico che garantisce la luce durante le frequenti interruzioni nell’erogazione. La sala operatoria è funzionale, anche se non particolarmente moderna o lussuosa, essendo stata realizzata con materiale di recupero, dismesso dagli ospedali italiani. Purtroppo il problema è l’approvvigionamento dei materiali d’uso, come guanti, fili di sutura, protesi, ecc. che impegnano le risorse dell’ospedale e non sempre sono reperibili.

Anche le trasfusioni sono problematiche, perché molte persone, potenziali donatori, hanno patologie infettive virali e moltissimi sono anemici a causa della malaria.

Comunque , nonostante le difficoltà, siamo riusciti a fare numerosi interventi di chirurgia generale e ginecologica e molti parti cesarei. Credo che un medico occidentale sia parzialmente impreparato a gestire la patologia Africana per la mancanza di specializzazione nelle cure e per la carenza di mezzi diagnostici cui siamo ormai abituati.

Lì, per fare diagnosi, occorre spolverare le dimenticate tecniche manuali della vecchia semeiotica del primo novecento e bisogna ripassare, prima di partire, tecniche chirurgiche di varie specialità: ostetricia, ginecologia, ortopedia…. Altrimenti bisogna viaggiare in equipes per completarsi a vicenda.

Molti pazienti arrivavano in ospedale a piedi o spinti su una bicicletta o su un carretto dai parenti, dopo essere stati visti dai guaritori locali. Spesso erano passati molti giorni dall’inizio della malattia, ma essendo temprati da una durissima selezione naturale, ed avendo una notevole resistenza al dolore ,fortunatamente riuscivano a superare patologie molto difficili.

Non sono mancati momenti di relax come le partite di calcio all’alba della domenica ( con il nostro specializzando nella parte dell’oriundo segna gol!) o la spedizione nel nord del paese , lungo la strada infernale per il Burkina, che attraversa la famigerata collina spezza motori!

Questa è una collina con una strada ripidissima tagliata dai tedeschi all’inizio del secolo. Oggi è percorsa nei due sensi da interminabili file di autocarri che, in salita bruciano le frizioni, ed in discesa bruciano i freni.

Il risultato è che spesso i camion si fermano per guasti e talvolta qualcuno cade nel burrone (non ci sono ripari né guard-rail) Sciami di meccanici in moto percorrono la collina ed eseguono sul posto le riparazioni. Il traffico si paralizza, ma è talmente lento che quasi non ci se ne accorge.

A nord di Kara siamo andati a vedere la popolazione Tambermà, che costruisce case di terracotta molto particolari, dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: questa è una popolazione ancora molto primitiva, che tuttavia si è dotata di abitazioni a due piani dall’architettura singolare. Dall’esterno assomigliano a piccoli castelli con i granai che simulano torri coperte. Dentro si sviluppano a chiocciola, con il focolare e gli animali in basso e l’abitazione ed i granai in alto. L’insieme offre ottime possibilità di difesa contro gli intrusi! Le case-fortezza sono riunite in agglomerati parentali. L’insieme fa pensare ad un paesaggio medioevale, ma non hanno nulla in comune con le costruzioni del nostro medio evo: sono il frutto di un adattamento alle condizioni climatiche locali ed ai materiali disponibili.

Dopo quasi un mese di lavoro all’ hopital s.Joseph a malincuore salutiamo il personale che ci ha assistito con competenza ed entusiasmo e le suore canossiane che ci hanno accolto con affetto e, promettendo di tornare, rientriamo a casa.

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