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Viaggio in Gana 2008

Viaggio in Gana 2008

E così quest’anno andiamo in Ghana!

Durante l’ultimo corso “Medici in Africa” dell’Università di Genova ho conosciuto Mirko, il coordinatore del Comboni Centre di Sogakofe, che mi ha detto che l’ospedale era molto funzionale ma non disponeva di chirurghi per un lungo periodo.
Allora ho chiamato gli amici con cui sono solito viaggiare, Vittorio (urologo) ed Ida (ginecologa), ed abbiamo deciso di consultare il direttore dell’ospedale.

 

Dopo aver preso contatto con padre Riccardo Novati, missionario comboniano che ha fondato nell’85 la missione e la gestisce tutt’ora, e convinti di poter fare qualcosa di utile, abbiamo fatto i documenti e le vaccinazioni e ci siamo messi in viaggio.
Si è unito a noi Davide, uno specializzando del II anno di chirurgia; che conoscendomi ed avendo seguito il corso “Medici in Africa” si era entusiasmato all’idea di poter prestare anche il suo aiuto ai malati del terzo mondo.

Arrivati ad Accra, la capitale del Ghana ci accoglie con il solito shock di dover uscire dall’ambiente luminoso e fresco dell’aereo nell’aria densa,afosa e buia dell’Africa! Per fortuna c’è Kofi, l’autista che padre Riccardo ci ha mandato, che ci aiuta a recuperare il bagaglio e ci accompagna col pulmino.

Mentre andiamo alla missione mi stupisco come il Ghana abbia delle buone strade asfaltate e come la corrente elettrica arrivi in  molti villaggi: in genere l’Africa è totalmente buia e con piste dissestate al posto delle strade!
Qui sono indipendenti da cinquanta anni, con un governo eletto democraticamente, e in tutto questo periodo non hanno fatto guerre, pur disponendo di alcune materie prime importanti come l’oro, la bauxite ecc. Di conseguenza, come scoprirò in seguito, gli abitanti del Ghana sono relativamente benestanti rispetto a molte altre nazioni africane

Anche se la maggior parte della popolazione è povera, almeno qui al sud, vicino al mare, non si vedono casi di malnutrizione grave, come altrove in Africa. In circa un’ora di macchina arriviamo alla missione: non c’è luce elettrica in tutto il distretto, ma  padre Riccardo ed il suo staff ci accolgono festosamente ,con una cena all’italiana a lume di candela.

Esausti cerchiamo di dormire nella notte afosa, sotto le zanzariere. La luce del mattino ci conferma che il posto è bellissimo: siamo sulle rive frondose del placido fiume Volta, su cui viaggiano pigramente isole di giunchi e piroghe di pescatori.
La missione è composta da casette per i volontari, dall’ospedale, da alcune scuole, da una tipografia; inoltre ha un allevamento di bovini ed uno di struzzi poco distanti.

L’ospedale è fatto di basse costruzioni con verande unite da pensiline . E’ molto funzionale e dispone di una sala operatoria attrezzata anche per la chirurgia oculistica, di un ecografo,  di un apparecchio radiologico e di un laboratorio in grado di fare le analisi del sangue basilari. Quasi tutta la strumentazione è di recupero, ma consente un buon livello di assistenza.

La notizia del nostro arrivo si è sparsa nei villaggi, così arrivano molte persone a farsi visitare, alcune da molto distante e perfino dallo stato confinante!

Iniziamo subito a lavorare intensamente, anche se le interruzioni della corrente elettrica ci ostacolano un po’ nella programmazione degli interventi. Facciamo una media di tre interventi al giorno e di numerose visite. La patologia è molto varia, con una buona prevalenza di quella ginecologica compresi numerosi parti cesarei. La vita media è bassa e la maggior parte di pazienti sono giovani o adulti al di sottodei cinquanta anni. Inoltre qui la mortalità materno- infantile è molto alta!

La gente è molto povera ma estremamente dignitosa: arrivano indossando i loro abiti migliori, fatti di tessuti variopinti, con disegni ed accostamenti di colore incredibili e bellissimi! Come biancheria le donne hanno sui fianchi dei fili di perline multicolori, che servono a reggere il perizoma. Tutto l’abbigliamento in genere è pulito ed in ordine. 
Mi stupisce la loro capacità di sopportazione: per venire in ospedale si sobbarcano lunghi viaggi a piedi o stipati in camioncini sovraccarichi a oltre 35 gradi umidi di temperatura. Sopportano stoicamente il dolore e le lunghe attese senza protestare, anzi regalandoti un sorriso timido, per ringraziarti di occuparti di loro…

Sono tutti molto amichevoli: solo qualcuno dei bimbi più piccoli piagnucola quando ci vede, anche per la strada. Questo perché l’uomo bianco è per loro uno spauracchio, come da noi ”l’uomo nero”! Ma basta poco per risvegliare la loro curiosità ed il sorriso…
Domenica mattina andiamo a messa : la chiesa è un’ampia tettoia senza pareti e sotto l’altare vi sono dei simboli adinkra, tipici del Ghana. Hanno tutti un significato religioso o sociale.
La cerimonia è accompagnata dal suono di tamburi, da percussioni varie e dal coro della scuola: il pubblico segue il ritmo, batte le mani e si quando si muove lo fa danzando ! Insomma l’insieme è uno spettacolo che prende molto e commuove. Purtroppo prima della fine mi devo allontanare perché ci chiamano d’urgenza per un cesareo: per fortuna va tutto bene.

Domenica pomeriggio il nostro laboratorista ci invita a partecipare ad una cerimonia vodoo. 
Il Ghana, assieme al Togo ed al Benin, è la culla della antichissima religione vodoo: questa è stata portata dagli schiavi nel nuovo mondo e si è sviluppata particolarmente nei Caraibi ed in Brasile. Qui ha assunto delle caratteristiche particolari , mischiandosi ad elementi cristiani per sfuggire all’inquisizione.
In realtà un sacerdote cattolico del Benin in visita alla missione mi ha spiegato che molte popolazioni dell’africa subsahariana credono in un unico Dio (Nyame per gli Ashanti e gli Ewè del Ghana) Questi delega delle entità minori, paragonabili agli angeli ed ai santi cristiani, ad occuparsi delle faccende umane. Queste entità si manifestano possedendo lo spirito di un adepto e parlano attraverso di lui a parole o con gesti. Ciò accade quando un fedele va in trance durante la cerimonia o durante i riti degli ongun, i sacerdoti.

La cerimonia a cui assistiamo consiste in una dimostrazione di invulnerabilità degli seguaci del “dio coccodrillo”che, durante la trance, si percuotono con coltelli affilati o con pugnali senza causarsi grosse ferite! Il coccodrillo dovrebbe rendere la loro pelle dura come la sua, ma credo che in realtà siano molto abili nel maneggiare le armi.
Alla fine ci mostrano il feticcio del coccodrillo custodito dentro una capanna buia, con varie offerte: cibo, utensili, sigarette, conchiglie… Uno degli ongun ci spiega come si possano fare magie affidando feticci al dio e portandogli buone offerte.

Ormai è buio e accompagnati dal laboratorista -ongun , rientriamo alla missione.

I giorni trascorrono veloci, troppo! Siamo molto presi dal lavoro ma una domenica riusciamo ad andare a vedere i forti costruiti sulla costa da Portoghesi, Olandesi e Inglesi per il commercio dell’oro e degli schiavi: è impressionante vedere dove venivano rinchiusi quegli infelici, in attesa di essere imbarcati sulle navi negriere! E pensare che questo commercio era fiorente fino ai primi dell’ottocento! Oggi i pochi forti restaurati stanno diventando attrazioni per lo scarso turismo: le spiagge sono bellissime ma il mare sempre molto mosso non invita gli amanti degli sport marini.

Andiamo anche a fare un giro nella foresta pluviale, che ci accoglie con un gigantesco scorpione nero sul sentiero; la guida ci fa vedere animali e piante e ci fa andare su ponti di corde tesi fra un albero e l’altro per osservare la parte alta della foresta, con uccelli e fiori.
Rientrati alla missione torniamo al lavoro: nel breve periodo che siamo rimasti qui, circa un mese, siamo riusciti ad azzerare la mortalità materno- infantile e ad aiutare molte persone. Le loro vite si sono incrociate brevemente con le nostre e la loro salute ne è stata cambiata. Certo un grosso numero di persone resterà senza aiuto quando torneremo a casa, e questo mi dispiace molto. Mi viene spontaneo pensare come la fortuna od il destino siano importanti nella vita di un uomo…basta essere nel posto o nel momento sbagliato…

Purtroppo arriva anche il momento di rientrare in Italia e ,se da un lato sono contento perché potrò rivedere la mia famiglia, dall’altro mi spiace lasciare i nuovi amici che mi sono fatto qui.

Ci salutiamo, con la promessa di ritornare, e zigzagando fra gli scioperi degli aerei torniamo a casa.

Luigi De Salvo

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