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Togo 2011: testimonianza

Missione in Togo 2011: una testimonianza

“Ma come siete belli!” dice una suora magretta e stagionata, ma ancora attiva come un furetto. È lei che ha fatto costruire l’ospedale e chissà quant’altro in Togo e pure in Congo, quando c’era ancora la guerra, allorquando i ribelli le puntarono un mitra e lei pensò guardando il suo orologio: “ma guarda che fortunata, so pure a che ora morirò!”. Non era spavalderia, lo sa chi la conosce. A quei tempi faceva cesarei, interventi urgenti e tutto ciò che può fare una super-infermiera dove non c’è un dottore e dove si soffre e si muore senza assistenza.
L’abbiamo sentita che diceva a dei fiori “ma come siete belli” espressione non di neuroni già tornati al creatore ma di un animo ancora capace di stupirsi di piccole cose delle quali lei contempla e sa apprezzare la grandezza. Suore che si privano del cibo per poter aiutare i tanti bisognosi e che vivono negli stenti per condividere, non a parole, la vita dei loro poveri. Anche qui: venire per crederci.
Già, quanti poveri di cose ma così ricchi di dignità. Quanta forza d’animo nel sopportare. Quante benedizioni ed incoraggiamenti da quei poveri. Un “courage” detto da loro è vero e vale. Il loro viso è spesso sconvolto e pensieroso ma quando incrociano il tuo sguardo essi esplodono in un sorriso abbagliante che ti resta addosso per alcuni metri. 
Cos’è più importante questa lezione di vita appresa o il resoconto personale di quanti interventi abbiam potuto fare, quanti aiuti abbiam potuto portare? Che serve raccontare di ciò, espressione del nostro “faccio ergo valgo”.
Ergo non farò un reportage delle azioni umanitarie eseguite. Sono ben poca cosa. Abbiamo il cuore pieno di talmente tante emozioni che ci vorrà tempo per lasciarle decantare nel nostro cuore, gustarle ed ancora tanto tempo per  lasciare che brucino le nostre coscienze, perché sono cose non proprio innocue.
Dice Antonio: “tornati a casa in Italia in genere ci chiedono dell’Africa perchè vogliono che gli rispondiamo che c’è la miseria, che sono scalzi ecc. Ma l’Africa non è questo!”. E non è orgoglio se non sappiamo e nè vogliamo rispondere.
Si può vivere senza cellulare, senza televisione, senza computer, senza cure mediche garantite, senza sicurezza per il futuro, con pochissimo cibo e, qualche volta, senza un tetto.           Esagerato? 1200 detenuti nel carcere di Lomè la notte chiusi in uno stanzone buio e non tutti han posto per stendersi. Di giorno tutti in un cortile dove ognuno fa quel che può senza possedere alcunchè. Una pallottola di riso mattina e sera, pranzo, solo se te lo portano i parenti. Li abbiamo visti. Ed insieme ad alcuni di loro abbiamo celebrato insieme la Messa. E che Messa. Le guardie ci han fatto entrare facendoci intendere che il rischio sarebbe stato tutto nostro. La maggior parte di loro ha rubato qualcosa. Han rubato in una città dove rubare sembrerebbe così lecito o comunque così comprensibile e non certo così cattivo.
Un piccolo chierichetto era accanto ai celebranti. La presenza di un bimbo in un ambiente così pericoloso mi rassicurava. Ho sorriso al piccolo che non ha risposto inizialmente ma che da allora non ha smesso di fissarmi e di sorridermi e di incoraggiarmi a ballare quando a fine celebrazione preti e fedeli ha cominciato a farlo, perché qui è così. Un ballo così espressivo di tante cose. Dopo i primi miei dinieghi mi sono lanciato e lasciando muovere il mio corpo a quel ritmo dei tamburi mi sono sentito un tutt’uno con tutti. Dopo aver ballato quel bimbo mi ha dato un “ok” di soddisfazione. Come gli ho voluto bene e come ci siamo abbracciati prima di andar via. 
“Andate via senza guardare in giro e senza fermarvi”, ci avevano detto. Ma come si fa? E di fatto abbiamo contravvenuto alla regola, pentendoci di aver notato tanta sofferenza. Abbiam comprato alcuni oggetti costruiti da alcuni di loro in un recinto più esterno. Io ho preso una borsa tessuta in plastica, che oltre a contenere il loro sudore e la loro voglia di riscatto è davvero bella e sono fiero che mia moglie la consideri il miglior regalo.
Citerò quanto segue non per raccontare degli interventi che abbiamo fatto negli ultimi giorni ma per dire che abbiamo realizzato un gruppo così bello tra noi. Abbiamo fatto attività di sala operatoria, allestendo noi quanto necessario, rivestendo anche le figure di anestesista e di preparatore, ahimè non presenti, e lavorando in una sintonia così rara che oserei dire sembrava fosse  “il paradiso dei chirurghi”. Si lavorava in armonia e si cantava. E tranne alcuni bimbi comunque spaventati, molti dei pazientini, mentre venivano operati, ci osservavano posando i loro occhioni su colui che in quel momento faceva il suo turno nel coretto di “nella vecchia fattoria”. (tutto documentato in video). Anche questo è una meraviglia che si crea in questi posti. Tutto così insolito invece, purtroppo, dalle nostre parti.
“Ma come siete belli” avrei detto (anzi forse l’ho detto) ai miei compagni di viaggio, nonché colleghi. Davvero belle persone. Li ho visti dare il massimo. Li ho visti mettere al primo posto il paziente ed il suo vero interesse in barba ai pruriti chirurgici ed ai sacri fuochi operativi. Chi è del settore sa a cosa mi riferisco: operare solo se veramente  necessario, senza badare a stanchezza. E poi adattare i propri schemi e quelli in cui si è abituati a lavorare, spesso inquinati dalle procedure esagerate di una medicina spesso più difensiva, ad una realtà così diversa come li non è facile. 
Non sempre negli ambienti della cooperazione umanitaria c’è sintonia e serenità. Tante idee, persone spesso diverse, con metodi e modi di fare differenti. Non così tra noi, almeno questa volta. C’è stato tanto rispetto e tanta armonia.   Uno del gruppo mi ha detto “qualche mattina ti darò un ceffone, così, senza motivo, perché non è possibile che non ci siamo bisticciati neanche una volta in tutti questi giorni”. Sintomatico del clima e simpatica la battuta.

Poi altre cose:
Un gruppo di bambini sono venuti a trovarci ed hanno danzato e cantato cercando e riuscendo infine a coinvolgerci. Le suore hanno danzato dopo averci offerto l’ennesima cena portando regalini per noi e per le nostre mogli insieme a parole che difficilmente scorderemo. 
Un bagno favoloso in un laghetto che ospitava una cascata altissima su in montagna ed uno nell’oceano. 
La casa degli schiavi ove venivano ammassati in un sotto-pavimento alto 80 cm per almeno tre settimane che preludevano ad altrettante a bordo dei velieri fino a destinazione. Una casa che trasudava dolore. Ho provato a stare un po’ da solo la sotto e concentrarmi per, sia pure per un attimo, immaginare cosa potevano provare. Ma i pipistrelli e l’ atavica paura degli insetti, di uno come me, bianco e schizzinoso, non me lo ha permesso. 
Bah! sto abusando della pazienza di chi legge. Stop! È il momento di tacere e lasciarsi trasportare dai ricordi avvolti dalle mille comodità che ci attendono a casa e che ripagano immeritatamente dopo un davvero minimo impegno. Ma qualcosa è cambiato nei nostri cuori. Credo sia qualcosa di buono. Qualcosa che permane.

Catanzaro 3 giugno 2011                                                                Lello Capillo

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