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Cartoline dal Madagascar

PROLOGO: IL VIAGGIO

Siamo tornati in Madagascar! Una equipe non è riuscita a partire per problemi personali e noi ( io, Vittorio Militi urologo, Ermanno Di Meo chirurgo e Daniele Fiducioso anestesista) riempiamo il buco.

Come ricordavo, il viaggio è eterno!

Oltre 12 ore di aereo, coda biblica per il visto, sosta notturna a Tanà (Antananarivo, la capitale) presso la casa delle Piccole Sorelle della Misericordia, dove si arriva a tarda notte.  Sveglia dopo 4 ore di sonno e si riparte per due giorni di auto!!

Il panorama degli altopiani è strano: colline con prati e conifere tipo Svizzera e il verde tenero delle risaie che occupano tutti i fondo valle, con terrazze dall’aspetto decisamente asiatico!

Al termine del primo giorno, quando eravamo ancora sugli altopiani, si scatena un nubifragio che ci costringe a fermarci lungo la strada, squassati dal vento e flagellati da una poggia battente. Dopo un bel po’ ci rimettiamo in cammino, ma ,scendendo verso la foresta pluviale di Ranomafana, ci accoglie una fitta nebbia causata dall’abbassarsi della temperatura. Fortunatamente arriviamo ad un alberghetto, dove facciamo sosta e ceniamo.

Il giorno seguente è tutta un’altra faccenda: sole scintillante,fiume gonfio di pioggia,temperatura mite…L’ideale per un giro nella foresta alla ricerca dei lemuri,scivolando sulle foglie bagnate e schivando sanguisughe e ragni giganti…

Il viaggio prosegue fino a Manakara: a una quarantina di chilometri dalla cittadina, la conifera di guardia  lungo la strada ci segnala la pista per l’ospedale e finalmente, nel tardo pomeriggio, arriviamo ad Henintsoa.

Siamo un po’ sfatti: dopo i saluti di rito, scarichiamo i bagagli, rapida doccia, cena con padre Cento e alle nove di sera crolliamo a letto a dormire.

 

VITA QUOTIDIANA

La sistemazione è confortevole: abitiamo in una casetta fuori dell’ospedale, circondata da palme e bellissimi alberi di litchi, pieni di frutti.

Abbiamo camere singole con bagno condiviso.

Andare in bagno crea qualche ansia: a parte i rumori degli uccelli della vicina foresta e dei pennuti domestici che circondano la casa e che ti assordano con schiamazzi, devi superare l’inquietudine causata da sinistri ronzii, più vicino ad un rumore di scooter che ad un suono animale, emessi da vespe e calabroni. Questi sono invisibili, ma hai la sensazione che il ronzio sia emesso all’interno del bagno! A ciò si associa, in sottofondo, il rumore di potenti mandibole che rosicchiano le travi del tetto! In realtà grossi insetti non se ne vedono, ma la tranquillità è un’altra cosa! Anche perché spesso non c’è luce e si fa la doccia in penombra o a lume di candela..

Anche le cene con padre Cento si trasformano in imprese mitiche: lui soffre il caldo e spalanca la porte per fare corrente.

Le finestre hanno le zanzariere molto rotte e  permettono l’ingresso a grossi scarafaggi volanti, che non sono intimiditi né dalla luce, né dai gechi sul muro, e neppure dal gatto che si introduce furtivo dalla porta. Non ci resta che abbattere i più fastidiosi a zoccolate, subendo l’ironia di padre Cento, che in quarant’anni ci ha fatto l’abitudine!

Inoltre ci fa notare come questi grossi scarafaggi facciano parte della farmacopea tradizionale e che si utilizza un decotto di otto animaletti come rimedio contro il tetano!! Anche se ci sembra strano, tale usanza ci viene confermata anche da suor Lea, che ne garantisce il buon risultato!

 

SVAGHI

Alla sera, dopo il lavoro, andiamo spesso a camminare. Per fortuna in Madagascar non ci sono animali velenosi e si può camminare senza preoccupazioni, tranne quelle relative ai guidatori temerari, se cammini sulla  strada. I guidatori malgasci infatti credono che basti suonare per sgomberare magicamente la strada da passanti, polli, veicoli vari, ecc..

La distanza dall’ospedale al paese di Vohipeno è di circa tre kilometri, un po’ meno se si passa dal sentiero tra le risaie, quindi preferiamo questa via, anche se ti espone al rischio delle zanzare e a quello di scivolare dai ponticelli delle risaie .

Qualcuno di noi, non fidandosi dei tronchi a disposizione, preferisce fare lunghi giri sui bordi di terra…sprofondando comunque nel fango!  

Alla domenica , dopo la messa, se non ci sono urgenze, chiediamo la macchina a suor Lea e andiamo al mare a Manakara ( quaranta km).

Qui una giornata di mare calmo prevede un’onda di due metri con forti correnti sottoriva. I pescatori devono fare acrobazie sulle onde con le piroghe per salpare e devono fare il surf per tornare a terra…

Qualcuno di noi si arrischia a fare un breve bagno, ma la maggior parte si limita a prendere il sole.

In compenso si mangia del pesce freschissimo e ci sono i lemuri semidomestici che ti fanno passare il tempo: sono molto timidi e gentili e, se nessuno li spaventa, scendono a prendere pezzi di banana dalla mano!


LAVORO

In tre settimane abbiamo lavorato molto: abbiamo trattato un centinaio di persone, tra cui molti bambini. Le patologie più comuni erano malattie infettive, parassitarie, malaria. Ma anche cose strane: abbiamo salvato a stento una bimba di due anni che aveva mangiato mezzo pacchetto di topicida! Oppure un bimbo che ci è arrivato in coma , per una malaria cerebrale, per cui abbiamo penato per una settimana…

Abbiamo anche operato più di quaranta persone, tra cui dodici cesarei d’urgenza: a volte anche due in una sola notte!! Mi ha impressionato la giovane età di molte mamme: dodici-quattordici anni! Dopo il parto, più che mamme, sembravano bimbe che giocavano con la bambola!!  I medici locali, i dottori Naina ed Angelina,  non si stupivano molto: sorridevano piuttosto del nostro stupore!

Alcuni interventi, non pochi, sono stati fatti per patologie neoplastiche, che qui , al sud del Madagascar, sono insolitamente alte!

Era pesante essere sempre di servizio, giorno e notte, e lavorare a temperature infernali.

Noi, alla domenica, ci siamo presi due mezze giornate di festa, i Colleghi Naina ed Angelina non staccavano mai! Trecentosessantacinque giorni all’anno!...Sono ammirato della loro resistenza


TIPI MALGASCI

Gli abitanti del Madagascar non sembrano del tutto africani: infatti sono un misto fra asiatici (malesi e cinesi), indiani, e africani. Molti hanno gli zigomi sporgenti e gli occhi a mandorla degli antenati asiatici.

Molti hanno i capelli crespi, che le donne raccolgono in treccine all’uso africano: tuttavia qui le treccine vengono poi raccolte in due trecce più grosse ai lati della testa, su cui si appoggia il cappello di paglia. Le bambine invece le raccolgono in una unica treccia posteriore e la maggioranza  non portano cappello.

Alcuni però, hanno i capelli lisci e neri, di cui le donne vanno fiere, curano molto e raccolgono un spesse trecce che vengono orgogliosamente esibite sulla schiena.

La maggioranza degli uomini veste all’occidentale con magliette e pantaloncini, mentre le donne spesso portano magliette o camicie indossate su ampie gonne tradizionali fatte annodando stoffe colorate.

Purtroppo la maggior parte della popolazione è molto povera ed ha pochi abiti, per cui spesso i colori dei vestiti si riducono ad un monotono e triste grigio polvere.

 

IL SORRISO DI ANITA

Quando siamo arrivati all’ospedale di Henintsoa, in Madagascar, vi abbiamo trovato alcuni pazienti operati dall’equipe precedente. Fra questi vi era anche Anita, una ragazza di 18 anni, operata per una peritonite da perforazione uterina.

Era malnutrita e depressa e non si muoveva più dal letto ed era piagata. Abbiamo cercato di convincerla a mangiare e a muoversi dal letto.

Dovemmo farle delle medicazioni dolorose: le prime le facevamo in anestesia generale a causa del dolore.

Aveva paura delle medicazioni, che le provocavano dolore, ma ben presto ha capito che medicarla faceva star male anche noi, che partecipavamo al suo dolore,  ma che lo facevamo per il suo bene. Così, con grande coraggio, ha iniziato a reagire e a mangiare, ed ha cominciato a sorridere.

Si avvicinava la nostra partenza ed avevo lasciato  fare le medicazioni al medico locale che era bravo e delicato ed avrebbe poi proseguito l’assistenza: io, negli ultimi giorni, mi limitavo a tenerle la mano.

La mattina del giorno di partenza, mentre stavamo ammucchiando i bagagli davanti alla porta della nostra abitazione, vedo arrivare Anita al braccio della madre, che lentamente saliva la strada che ci separava dall’ospedale. Nonostante il male che sentiva camminando era venuta a salutarci e a regalarci un ultimo sorriso.

Un sorriso che ci ha accompagnato durante tutto il lungo viaggio di ritorno ed oltre… Grazie Anita.

 

IL RITORNO

Tutte le belle cose finiscono: noi siamo arrivati alla fine del soggiorno. Dobbiamo rimetterci in viaggio verso Tanà. A noi si aggrega un pediatra, che era ad Ifatzi.

Una prima tappa ci porta ad Ambositra, una cittadina sugli altopiani.

Il giorno seguente lo passiamo in parte a far acquisti( artigianato di legno,sciarpe seta selvaggia, ecc.) e poi andiamo a vedere una splendida casa reale situata su una altura. La salita sotto il sole bruciante è ardua, ma la bellezza della casa antica di legno e della vista sulla valle ci ripagano abbondantemente.

Scendendo ci imbattiamo in un camaleonte che la nostra guida mi mette in mano!

Poi proseguiamo per Antsirabè, dove dormiamo.

Questa è una grossa cittadina con ancora fasti di epoca coloniale.

Il giorno dopo,domenica, dopo la messa facciamo una gita ad un lago molto bello. Ha la forma del Madagascar ed è sulla sommità di un cono  vulcanico. Molto profondo, ha un colore cangiante a seconda dell’ora.

Ripartiamo per Tanà, dove arriviamo al convento delle suore a sera.

Il giorno seguente ,piccolo giro della città, e poi all’aeroporto! Si torna a casa…

 

 

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