frontespizio_world.jpg

Dona il tuo 5x1000 a Medici in Africa

E' semplice, basta inserire il nostro codice 95111200101 nella tua dichiarazione dei redditi.

Dona all'associazione


Africa

Quando vogliamo aiutare glialtri è sempre difficile capire il perché lo si fa, non è retorica ma se dovessimo solo rispondere a noi stessi quale sarebbe la verità? lo facciamo per spirito di protagonismo nei confronti di qualcuno? Forse un non ben definito spirito di avventura,mah...sarà poi vero? Esisterà nell'uomo l'altruismo vero, sincero scevro da qualsiasi tipo di opportunismo? Sono sinceramente dubbioso! Ma è pur vero che da molti anni parecchi uomini si sono mossi per aiutare altri uomini e tanti sono stati coloro che in quest'impeto di generosità hanno anche perso la loro vita. Io non ho ancora capito bene perché, da quasi nove anni, presto per poco tempo all'anno la mia opera come oculista presso una missione comboniana in un piccolo paese africano di nome Sogakofe sito sulle rive del Volta a circa un'ora di barca da dove questo grande fiume africano incontra il mare in una larga e meravigliosa laguna nel golfo di Guinea.
A chi mi chiede perché lo faccio, ridendo, rispondo che sono sempre stato un grande peccatore e cosi' facendo spero di acquistare crediti presso il buon Dio, quando mi presenterà il conto; in realtà non ho ancora ben capito, ma mi piace e spero di continuare a farlo ancora per molto tempo.


Ogni volta che arrivo in Ghana, le mie sensazioni sono sempre le stesse anche se con piccole varianti legate allo stato emotivo del momento della partenza e ai problemi lasciati a casa.E' strano, ma quando si va in missione la mente attua un reset completo, solitamente si cerca di stringere amicizia con i colleghi compagni di avventura del momento. Mi ricordo che l'inizio era stato molto casuale: mi trovavo a pranzo con un vecchio collega e fraterno amico quando lui accennò ad un oculista di Biella che non conoscevo e che da li' a due mesi si sarebbe recato al Comboni Centre di Padre Riccardo a Sogakofe in Ghana. "Andiamo anche noi due con lui?" Fu la mia proposta e Roberto ci pensò qualche minuto e poi assenti' e questa fu la mossa iniziale, sono passati tanti anni da allora e siamo stati anche in altri paesi ma una volta all'anno ci accordiamo per decidere il periodo della nostra missione. Da quel giorno una cosa è cambiata fondamentalmente ed è la migliorata capacità nel preparare i bagagli e nello scroccare aiuti di ogni genere a chicchessia. La frenesia dei preparativi è rimasta inalterata nel tempo, come pure la nostra capacità nel cercare di coinvolgere giovani colleghi che possano un giorno proseguire senza di noi. Ci siamo resi conto in questi anni che senza la nostra voglia di fare molte persone che vivono in luoghi sperduti soffrirebbero maggiormente. Non voglio dire con ciò che ci sentiamo i salvatori del mondo, siamo piccole gocce in un vasto mare ma è pur vero che anche l'oceano piu' vasto è fatto di gocce.
Nel mio bussare devo ricordarmi che qualche volta, anzi due volte ho avuto un grosso aiuto; dagli amici Lions del mio ex club Boccadasse che mi regalarono diversi milioni per attuare un piano di vaccinazioni per l'epatite B con i bambini della Missione di Sogakofe che sono circa una sessantina sotto i dieci anni,tutti figli delle persone che lavorano là. Un'altra volta un gruppo di cari amici miei avevano messo assieme diversi milioni da me sempre usati con lo stesso fine, vaccinare i bambini contro l'epatite B.
La filosofia della vita ora la mettiamo da parte, intanto ognuno di noi ha le proprie idee giuste o sbagliate che siano ma sono le nostre e ce ne vuole per farcele cambiare.

Da molto tempo non andavo a messa, ma quando sono stato gentilmente obbligato da quel "prepotente" Missionario a partecipare a quello che per noi cattolici è l'evento principale della nostra cultura: la Messa, mi sono reso conto che questa, in Africa, è qualcosa di veramente particolare.
La cerimonia inizia con la vestizione del sacerdote fuori della chiesa, dopodiché egli entra scortato da due schiere di musicanti che prenderanno posto in banchi a metà della chiesa dopo averlo accompagnato all'altare con musiche ottenute con percussioni di vari tipi e altri piccoli strumenti musicali locali dal suono molto caratteristico e piacevole. Per quasi tutta la messa il loro suono ci accompagna, tutte le donne hanno vestiti con splendidi colori e di pregevole fattura. Spesso mi mettevo in fondo alla chiesa ed era un vero spettacolo perché si poteva vedere tutta questa moltitudine oscillare ritmicamente al suono di quei tamburi che se si ascoltavano con attenzione erano capaci di far riemergere dal nostro inconscio ricordi ancestrali. In queste occasioni ci rendiamo conto quanto ci sia rimasto dei nostri progenitori africani perché quando si ascolta un certo tipo di musica il coinvolgimento è viscerale e la mente vola ma non sai dove.
Mi rendo conto che sto divagando dalla richiesta del mio amico Stefano quando mi ha chiesto di raccontargli la mia giornata da medico nella missione Africana e allora parliamo di quello che in venti anni ha realizzato Padre Riccardo Novati, missionario comboniano nella regione del Volta Region a Sogakofe, Ghana.
Il Comboni Centre nasce nel 1985, quando Padre Riccardo arrivato a Sogakofe si fa regalare da un capo villaggio quaranta ettari di terreno in riva al Volta. La prima attività che viene creata è quella educazionale con la scuola primaria e secondaria e i primi laboratori scolastici professionali. Successivamente il missionario decide di dedicarsi all'assistenza della popolazione locale. Ha origine un ospedale che come prima attività ha quella di medicina generale e solo in seguito specialistica promossa da quegli amici medici che il Padre aveva in Italia.
E' cosi che a Sogakofe, intorno agli anni 90 arrivano i primi i Dentisti che montano gli studi odontoiatrici con i relativi laboratori.
Qualche anno dopo Riccardo decide di completare il servizio assistenziale con la specialità Oculistica. Accanto agli studi odontoiatrici vengono costruiti l'ambulatorio oculistico e la relativa sala operatoria. Con la prima donazione si inizia ad attrezzare una sala operatoria di buon livello con microscopio, set di ferri, sterilizzatrice ed altre attrezzature necessarie agli Oculisti per poter operare cataratte, glaucomi e altre patologie del segmento anteriore. Agli inizi le missioni oculistiche erano sporadiche ed affidate all'iniziativa di pochi specialisti lombardi solitamente amici o amici di amici di Padre Riccardo.
La nostra esperienza ha inizio nel 1996 portati in Ghana per la prima volta dal Dott. Balcet di Biella che era stato a Sogakofe per la prima volta l'anno precedente.
Da allora l'organizzazione del servizio oculistico nel centro di Sogakofe si andava evolvendo e attualmente gruppi di oculisti si avvicendano secondo un programma prestabilito ogni due mesi circa per un periodo medio di quindici giorni di lavoro per poter assicurare una continuità assistenziale alla popolazione locale.
Ancora più recentemente la continuità assistenziale viene assicurata dalla presenza di un oculista ghanese,nativo di Sogkofe, che segue i pazienti nei periodi in cui non sono presenti i medici italiani.

Come viene preparata la missione

La preparazione del viaggio ha inizio almeno due mesi prima della data della partenza. Coloro che partono devono sottoporsi a varie vaccinazioni, una obbligatoria : la febbre gialla che ha una durata di dieci anni, altre strettamente consigliate: quella per l'epatite A e B, l'antitetanica, l'antitifica e come ultima cosa prevedere la profilassi antimalarica che dovrà necessariamente iniziare la settimana prima della partenza.
Ogni missione deve essere il più possibile autonoma, sia come attrezzature che come medicinali ed è per questo motivo che tutti provvedono per tempo a procurarsi i materiali di consumo per gli interventi chirurgici (bisturi monouso, suture,asciughini, etc. ), i colliri e i farmaci per l'ambulatorio oculistico e per la terapia post-intervento.
Sia i colliri che i farmaci li chiediamo agli informatori farmaceutici che conosciamo.
Nel corso degl'anni abbiamo imparato che le Ditte multinazionali sono in grado di mettere a disposizione gratuitamente discrete quantità di farmaci dedicate a questi scopi, è sufficiente che il medico richiedente specifichi in quale missione e quando intende usarli.
Solo in via del tutto eccezionale il medico può attingere alle riserve del Comboni Centre per quanto non sia stato possibile trasportare con noi; in questo modo riusciamo a garantire in Ghana un magazzino farmaceutico discretamente rifornito.

Gli oculisti che da più anni frequentano il Comboni si incaricano di contattare o ricevere le adesioni dei medici più giovani che li affiancheranno nel lavoro africano. A questo punto occorre chiarire che il lavoro in Africa è più difficoltoso di quanto si possa immaginare. Gli interventi sono particolarmente complicati sia per le patologie endemiche che per i traumi legati alla loro vita quotidiana, con una piccola aggravante patologica provocata dai tentativi di guarigione degli stregoni locali. Occorre sfatare, una volta per tutte, l'illusione dei giovani medici di potersi "fare la mano"in Africa, potranno operare solo sotto la guida di chirurghi molto esperti perché si ritroveranno ad affrontare situazioni chirurgiche di difficoltà raramente riscontrabili nel corso della loro vita professionale. A noi è capitato più di una volta di dover operare cataratte sub-lussate dovute alle "cure" dello stregone che in Ghana si chiama "JUJU". Dovete sapere che in Ghana gli stregoni, ricalcando antichi rituali dei sacerdoti egizi, tentano una sorta di manovra chiamata dagli antichi "reclinatio" che consiste nel far sedere il paziente con cataratta matura su di uno sgabello e poi nel colpirlo con un bastone sulla fronte dal lato della cataratta; con questa manovra un tantino violenta il cristallino spesso non reclina all'interno dello spazio vitreale ma la zonula si rompe in parte, da cui i problemi di dover operare una cataratta sub-lussata. La "reclinatio" era una manovra chirurgica messa in pratica qualche migliaio di anni fa dai sacerdoti egizi e in epoca più recente da quelli maia: i primi colpivano la cornea con una sorta di anello, i secondi usavano la punta della pianta dell'agave; la manovra degli addetti ai lavori era locale: in sostanza si praticava una pressione sulla cornea che a sua volta urtava il cristallino maturo facendolo reclinare nel vitreo, ridonando limpida luce a chi non vedeva. La manovra del Juju è al contrario rozza, violenta, indiretta perché si tenta di lussare il cristallino colpendo violentemente la fronte del paziente con tutte le conseguenze fisiche per la persona che lascio a voi immaginare. Dovete sapere che ormai abbiamo imparato a riconoscere tutti coloro che si sono recati dal Juju a farsi curare prima di venire da noi, costoro infatti presentano sugli zigomi delle cicatrici che possono essere o un taglio orizzontale parallelo alla palpebra inferiore e lungo più o meno quanto la palpebra oppure da uno a tre taglietti verticali sotto la palpebra inferiore, queste cicatrici si trovano sulla persona sia per una sua patologia oculare che per la patologia di un suo famigliare stretto, è questo il caso di madri con figli ciechi o quasi.

Il periodo preparatorio alla missione è necessario a noi per espletare i numerosi compiti come quello di reperire i materiali, prenotare i biglietti, sottoporsi alle vaccinazioni necessarie e ottenere il Visto per entrare nel Ghana; mentre a Padre Riccardo tutto questo periodo serve per annunciare e promuovere l'arrivo dei medici specialisti attraverso i suoi innumerevoli canali d'informazione.

In Africa non è come da noi in Europa, la televisione è vista da poche persone e in pochi leggono i giornali e Padre Riccardo informa la popolazione del nostro arrivo dandone comunicazione durante le Messe domenicali, affiggendo manifesti colorati nei villaggi e solo ultimamente via etere attraverso Radio Comboni che ha una portata di circa ottanta Km. In questo modo, la popolazione che vuole usufruire delle cure dei medici specialisti chiamati dal missionario per curarli, arriverà a farsi visitare nelle date prestabilite e sono ormai tanti coloro che vengono da molto lontano, ultimamente anche dal vicino Lomè, impiegando parecchie ore per raggiungere il Comboni e con i mezzi di trasporto tra i più disparati.

La missione

Finalmente si parte e questo avviene quasi sempre dalla Malpensa alle prime ore del pomeriggio, il viaggio aereo dura sei ore e due ore circa di pulmino per arrivare a Sogakofe solitamente tra le undici e mezzanotte.
Ad attendere i medici all'aereoporto c'è sempre il fido Koffi con una vettura del Comboni Centre. Koffi è l'autista ufficiale della Missione, persona fidatissima e legato a Riccardo con un affetto, una devozione e un rispetto quasi figliale, di solito parla molto poco ma guida,guida, instancabilmente per centinaia di Km. su strade che qui non ritroviamo nemmeno in campagna, con competenza e completa affidabilità. Abbiamo detto prima che si arriva solitamente di sera tardi, scendendo dall'aereo il caldo umido ti avvolge immediatamente con un abbraccio che durerà sino al ritorno a casa mentre nell'aria si avverte un odore caratteristico che ti prende prepotentemente la gola, tipico di quasi tutta l'Africa. È un odore particolare misto tra legna, spazzatura bruciata e spezie varie, ti penetra in profondità nelle narici ma dopo poche ore non lo avverti più. Queste prime sensazioni sono talmente forti e intense da diventare uniche e indimenticabili, sono l'Africa e vi posso assicurare che la seconda volta che tornate in Africa le aspettate con ansia e nei momenti di nostalgia ti sanno riportare al periodo di tempo trascorso là. Le pratiche doganali sono lunghe ed estenuanti, anche perché incominciamo a essere stanchi e infastiditi per questa burocrazia che in Africa è allucinante, siamo arrivati in un Paese dove il Tempo non esiste per cui una cosa che a casa nostra risolveresti in dieci minuti, in Africa impieghi ore se non giorni. Finalmente si esce dall'aereoporto e troviamo Koffi che, dopo averci salutati, carica tutti i bagagli e guida sino alla missione.
Quando arriviamo al Comboni Centre ci aspetta Riccardo,Grace e la mitica cuoca Faustina che danno un caloroso ben venuto davanti ad una tavola lautamente imbandita. Sembrano cose normali e banali ma, dopo la prima volta, tutte queste piacevoli attenzioni ti fanno sentire come uno che finalmente è ritornato a casa dopo un lungo viaggio, sinceramente è bello.

Al mattino del primo giorno si mettono a posto i medicinali e le attrezzature portate dall'Italia e si predispone ogni cosa per l'inizio dell'attività del giorno dopo.
Vicino all'equatore,come ci troviamo in Ghana, il sole sorge alle sei e mezza e tramonta dopo dodici ore della sua corsa nei cieli per cui la sveglia, non esistendo persiane, è di mattino presto. Dopo una buona colazione, preparata da Faustina, andiamo in ambulatorio e non ostante sia presto, restiamo stupiti e un pochino angosciati per la moltitudine di pazienti in attesa del tanto decantato medico italiano. A colpo d'occhio non è possibile contarli ma vi assicuro che sono proprio tanti e altri ne continuano ad arrivare.
L'ambulatorio è bello, accogliente, provvisto anche di aria condizionata; i nostri aiutanti sono validi e comprensivi e pronti a tradurre nei vari dialetti le nostre domande di tipo oculistico. All'arrivo si avverte il piacere dell'ambiente condizionato ma tutto ciò svanisce nel giro di poco tempo vista la moltitudine di gente che si avvicenda nell'ambulatorio, raggiungendo presto l'isotermia con l'ambiente esterno. Nei primi giorni siamo riusciti a visitare anche centotrenta persone al giorno. Chi viene con noi la prima volta rimane stupito dalla pazienza con la quale tutte queste persone aspettano sedute fuori dall'ambulatorio il proprio turno di visita senza protestare. Tutti coloro che arrivano da lontano se sono anziani sono sempre accompagnati da un amico o da un parente che li aiuta nella registrazione per la visita e aspetta con loro anche tutta la giornata. A proposito della pazienza dell'attesa di questo popolo mi ricordo un episodio capitato anni fa quando nel pomeriggio trovammo fuori dall'ambulatorio una madre con una bambina di quattro anni circa che non era riuscita ad arrivare in tempo per la visita; con la composta rassegnazione tipica del popolo africano, aveva steso per terra un pezzo di stoffa su cui la bambina si era addormentata mentre lei sdraiata su una panca avrebbe aspettato la mattina seguente per far visitare la figlia. Noi eravamo stanchi per aver operato sino a dieci minuti prima ma come puoi non commuoverti e fare quanto nelle tue possibilità? Se non avessimo chiesto noi, la donna e la figlia avrebbero tranquillamente aspettato il giorno dopo ed invece la visitammo subito con suo grande stupore e riconoscenza. Il paragone con il paziente italiano viene spontaneo anche se le diverse condizioni di vita non permettono di fare un confronto, ma comunque ti fanno pensare. Proseguiamo con il racconto della nostra giornata, eravamo rimasti all'ambulatorio che in seguito non ha più l'affluenza dei primi giorni ma si limita a una trentina di pazienti al giorno e questo sino alla fine della missione. Esaurite le visite andiamo in sala operatoria, dopo esserci cambiati ma prima di lavarci predisponiamo le varie cose: i flaconi di anestetici e tutte le siringhe di plastica occorrenti per gli interventi prestabiliti e le lentine intraoculari che dovremo impiantare;il calcolo del potere delle lenti da impiantare era stato fatto precedentemente, in ambulatorio, con un funzionale biometro di recente acquisizione. In sala operatoria ci stava già aspettando il premuroso Eysic che aveva iniziato a predisporre tutto per gli interventi compresa la dilatazione dei pazienti; il team comboniano della sala è formato , oltre che da Eysic anche da due ragazze che si avvicendano in sala e nella sterilizzazione dei ferri. I pazienti da operare sono seduti in sala d'attesa seduti tranquilli tutti rigorosamente vestiti con delle casacche e pantaloni verdi che Riccardo fa loro indossare prima dell'intervento.
Al Comboni Centre il ricovero per cataratta dura tre giorni e due notti e coloro che si ricoverano hanno l'assegnazione del letto dopodiché si spogliano dei loro abiti che vengono riposti in sacchi di plastica, si lavano e devono indossare le divise di tela verde confezionate nella missione dalle allieve della scuola professionale di sartoria; questa regola igienica è in vigore da quando è iniziata l'attività della sala operatoria oculistica e tutti la mettono in pratica senza discutere. L'oculistica ha un reparto di circa venti letti disposti a due per camera in una costruzione nuova e molto accogliente con un bel giardino al centro. Eseguito l'intervento le persone vengono riaccompagnate al proprio letto da una nurse e nella camera qualche parente,amico o badante è pronto ad accudirli con amore e rispetto.
Frequentando l'Africa ci siamo resi conto che la solidarietà della popolazione è qualcosa di impressionante specie nei paesi o piccoli centri e noi europei avremmo molto da imparare. La solidarietà che noi siamo abituati a trovare in Africa è un qualcosa che segna chi la conosce e sicuramente riesce a togliere un poco di spazio a tutto quell'egoismo di cui siamo troppo spesso intrisi.
Se l'attività chirurgica si protrae molto a lungo da sconfinare nel pomeriggio interrompiamo il lavoro verso le tredici e trenta per una pausa pranzo che può durare al massimo mezz'ora. Attualmente il blocco operatorio è legato alla degenza e anch'esso di recente costruzione costituito da due sale operatorie con aria condizionata a flusso laminare intervallate dalla stanza della sterilizzazione. Delle due sale una è dedicata solamente all'oculistica e attrezzata con due microscopi e due letti operatori, l'altra è dedicata alla chirurgia generale e ha al suo esterno una saletta che ha funzioni di pre anestesia o rianimo. In sala operatoria il tempo scorre piacevolmente anche perché la disponibilità di Eysic ha del sorprendente, negli anni le sue capacità "professionali" continuano a migliorare e la sua notevole memoria gli consente di mettere a proprio agio qualsiasi chirurgo ricordando di lui abitudini e "manie". In quella sala il personale è sempre disponibile anche dopo ore di pressante lavoro, non si lamentano mai: il loro viso e il loro modo di fare è sempre rilassato e tranquillo, pronti a ricambiare la nostra fatica con un sorriso quando gli sguardi si incrociano, disponibilità e premure nei nostri confronti sono sempre a disposizione. Ogni tanto, durante gli interventi abbiamo visite, sono gli amici medici di altre specialità che abbiamo coinvolto e che vengono a vedere con estrema curiosità come si opera una cataratta o un glaucoma.
Un'altra nota curiosa è costituita dai pazienti quando entrano in sala per essere operati, si guardano attorno con sguardo meravigliato per tutte quelle macchine moderne e poi cercano il tuo sguardo guardandoti con quell'aria rassegnata e carica di tenere richieste di aiuto. Sembrano bambini smarriti ma al contempo la smisurata fiducia che hanno nelle nostre capacità li rende tranquilli.
Durante tutti questi anni è stato raro sentire qualcuno che si lamentasse durante un intervento, a volte sapevamo che alcune manovre potevano procurare dolore ma il limite di sopportazione di questa gente è davvero incredibile. Lavorare come medico missionario in Africa riesce a scatenare nel nostro intimo delle sensazioni particolari che impongono di cercare di dare sempre il massimo per quello che ognuno di noi sa fare, è una questione di coscienza e di profondo rispetto della persona indipendentemente dal colore della sua pelle, dalla sua religione o dalle sue origini. Nessuno viene mai a controllare il nostro operato ma non per questo non si deve dare il meglio. Questa è la sola vera ragione per cui un giovane medico non potrà mai andare da solo, gli interventi e le complicanze che possono subentrare sono spesso notevoli e difficoltose da affrontare, il lavoro diviene poi impossibile senza un buon bagaglio di esperienza personale. Ricordo quando sono andato per la prima volta a Sogakofe quando cercavo di esaminare i pazienti da operare con estrema attenzione e pensavo che in Clinica Oculistica, dove lavoro, casi come quelli li operava solo il mio Direttore mentre io potevo imparare qualcosa aiutandolo e ora al Comboni li dovevo affrontare da solo o assieme ad un amico e collega che aveva la mia stessa esperienza.
Più di una volta ci siamo guardati e abbiamo sussurrato tra noi " ma in questo caso cosa farebbe il nostro mitico ZIO PINO ?" ( Prof. Giuseppe Ciurlo ),comunque l'incertezza non deve mai trasparire perché è una sensazione individuabile anche da chi non comprende il nostro idioma. Sino ad oggi dobbiamo dire onestamente che ce la siamo sempre cavata egregiamente e la nostra esperienza personale ne ha tratto enormi vantaggi.
A una certa ora la sala operatoria finisce e se c'è ancora luce andiamo tutti sulla terrazza della sala da pranzo dove sorseggiamo una piacevole birra ghanese e ci rilassiamo aspettando il tramonto davanti a un Volta che scorre molto pigramente. E' un momento magico per discorrere su qualsiasi tipo di argomenti ed è in momenti come questi che riusciamo a raggiungere tra di noi una sintonia particolare che lega in profondità tutti i partecipanti facendo percepire a ciascuno di noi l'importanza della solidarietà umana, dell'amicizia e di tutto ciò che ti può dare un amico. Ricordo che qualcuno ha detto che " la ricchezza vera di un uomo si misura da quanti amici egli ha" e qui in Africa mi rendo conto di quanto siano vere queste parole. Appena cala il sole ci rifugiamo nei bungalows perché là le zanzare sono davvero cattivelle e foriere di brutte malattie, temiamo tutti la malaria non ostante la profilassi. In camera si fa la doccia e si può leggere un libro aspettando l'ora di cena: rigorosamente alle venti.
Finalmente ricompare Riccardo che arriva a cena portando solitamente una buona bottiglia di vino bianco della sua fornitissima cantina. La cena, come al solito, è ottima e abbondante e a tavola si affrontano i problemi della giornata appena trascorsa, si scherza e si ride sino a quando stanchi e soddisfatti il sonno non ci spinge a dormire anche perché sappiamo che domani la giornata sarà sicuramente pesante.
Da molti anni sostengo che per un medico,specie se chirurgo, questo tipo di esperienza missionaria ha un valore impagabile ed egli si arricchisce con delle qualità che non riesce più a ritrovare nel suo lavoro europeo; l'Africa che abbiamo imparato a conoscere in Ghana è per molti aspetti decine di anni indietro rispetto all'Europa per cui la realtà che noi oggi affrontiamo là è quella che qui hanno affrontato i nostri "nonni", professionalmente parlando, e quindi in Italia non è più possibile fare certe esperienze, sono già state fatte fanno parte del vissuto.

Restando qualche settimana a Sogakofe si può fare anche del turismo , dal sabato sino a domenica notte, solitamente si organizzano delle gite usufruendo del pulmino che Padre Riccardo mette a disposizione.
Il Comboni Centre è attivo dal 1989 e il suo nome è conosciuto in tutta la provincia del basso Volta; la scritta e il logos dipinti sulla fiancata sono per noi il miglior lasciapassare ai numerosi posti di blocco che si incontrano lungo tutto il percorso e quando qualcuno non sa leggere e chiede, la parola comboni apre veramente tutte le porte.
Questo comboniano che risponde al nome di Riccardo ne ha fatte di cose in quella terra, ha acquisito presso la popolazione locale un timoroso rispetto che lo fa assomigliare ad un potente " capo tribù " piuttosto che ad un missionario. Menager bresciano dalle grandi idee e dalle notevoli capacità imprenditoriali è riuscito a raggiungere in tutti questi anni delle mete impensabili anche perché quella che chiamano Provvidenza gli è sempre stata a fianco, amica e generosa senza mai abbandonarlo. Oggi il Comboni Centre è un Ospedale con più di cento posti letto e poi ci sono le scuole: quelle secondarie e quelle professionali, la tipografia e tante altre belle cose; ben diversa era quella realtà nel 1985 quando, inviato come aiuto al parroco locale, ebbe la felice ispirazione di farsi regalare da un capo villaggio dodici ettari di terreno in riva al Volta, oggi quei terreni sono quasi tutti urbanizzati e tutto con l'aiuto di amici o Provvidenza come dir si voglia.
Comunque ad ognuno di noi questa esperienza ha regalato e continua a regalare emozioni che sono ormai divenute necessarie ed insostituibili e che sono sempre la molla che, in un certo momento dell'anno, ci fa dire " allora ragazzi quando si parte? ".