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Ospedali africani e ospedali italiani

Arriviamo a Luhwjndia dopo quattro ore di viaggio su una
pista infernale. Ci troviamo in Congo, ai confini col Ruanda nella regione del Kivu, martoriata da una guerra iniziata nel '96 e che non finisce mai. Ha già provocato più di 5 milioni di morti e 2 milioni di sfollati e la popolazione è povera, bisognosa di tutto e decisamente prostrata. Ma in questo piccolo paese a oltre 2000 metri di altezza, la guerra sembra distante. Ci sono molti militari e può succedere che l'intervento in programma sia l'estrazione di una pallottola o che il paziente che deve essere operato venga urgentemente richiamato al battaglione; ma la vita scorre complessivamente tranquilla e noi di "Medici in Africa" lavoriamo come siamo abituati a fare durante le nostre missioni. Nell'Africa sub-sahariana ospedali ben funzionanti ce ne sono pochi: pare uno ogni 126 dell'Europa occidentale. Ma in questa regione ve ne è qualcuno di più rispetto alla media africana ed il nostro copre un territorio del raggio di circa 100 km. Le vie di comunicazione sono pessime e le alte colline che si susseguono, le intense piogge giornaliere ne fanno un paese bellissimo dal punto di vista paesaggistico ma con strade pressoché impraticabili.
In Italia, oltre alla rete stradale generalmente buona, esistono efficienti servizi di autoambulanze e di mezzi pubblici, cosi nel giro di poco tempo è possibile raggiungere il più vicino luogo di cura. In Africa le ambulanze non esistono e i servizi pubblici, scarsi e poco affidabili, sono solo nelle grandi città. Il paziente che sta veramente male non è in grado di affrontare molte ore o addirittura giorni di viaggio: resterà nella propria casa per morire o vivere a seconda della naturale evoluzione della malattia. Quelli che riescono ad andare all'ospedale, soprattutto nelle zone rurali, sono pazienti non ancora in fase acuta e che possono affrontare un lungo viaggio. Spesso si organizzano in gruppi per viaggiare con altri compaesani bisognosi di cure; all'ospedale arrivano intere comitive costituite da pazienti con i loro accompagnatori.
Presso il nostro ospedale qualche giorno fa è arrivato un gruppo di 7 pazienti con 6 accompagnatori, tutti provenienti dallo stesso villaggio distante 4 giorni di cammino. Cinque di loro necessitavano di cure mediche, 2 di intervento chirurgico. Ad ogni paziente abbiamo dato un letto, per gli accompagnatori invece c'è posto solo per terra accanto o sotto il letto del malato. Solo i pazienti pagano, non solo una piccola retta giornaliera ma anche le cure mediche e chirurgiche. Si paga poco ma si paga tutto, cosi un intervento di piccola chirurgia come un'ernia o un'appendicite può costare 60 o 70 dollari. Il vitto non è compreso nel prezzo: l'ospedale mette a disposizione una cucina, ovvero una sorta di capannone sotto il quale è possibile accendere il fuoco a legna; nelle ore dei pasti lì si raccolgono i parenti che preparano da mangiare per se e per l'infermo. La solidarietà tra queste persone, il chiacchiericcio e lo scambiarsi reciproco aiuto rende l'ambiente allegro, anche per quelli che allegri non sono.
Anche il rapporto medico-paziente è assai diverso rispetto a quello in uso oggi in Italia. Innanzitutto "l'uomo bianco" gode di una considerazione particolare alla quale si aggiunge il rispetto per il camice; inoltre la assoluta mancanza di apparecchi per la diagnostica e di conoscenza medica nei pazienti fa si che la parola del medico non possa mai essere contraddetta da alcuno. In realtà molti ospedali africani sono dotati di alcune apparecchiature radiologiche, ad esempio l'ecotomografo; ma la insufficiente preparazione del personale e gli strumenti obsoleti (le tecnologie avanzate e soprattutto informatiche hanno vita breve poiché nessuno è in grado di garantirne la manutenzione) fanno si che le immagini ed i referti siano sempre opinabili. Succede pertanto che, mentre da noi è obbligatoriamente richiesto spiegare ogni cosa al paziente ed ottenere il cosiddetto "consenso informato" per ogni procedura medica, in Africa esiste una assoluta fiducia nei confronti del personale sanitario per cui non si usa fare domande che potrebbero apparire come frutto dalla diffidenza. Neppure dopo l'intervento i parenti vengono a chiedere delucidazioni perché si dà per scontato che sia stato fatto tutto per il meglio e l'esito si attende con una sorta di rassegnata accettazione.
Anche nella capacità di attendere vi è fatalismo da parte degli africani: fatalismo più grandissima pazienza. Possono aspettare fuori dell'ambulatorio giornate intere senza mai lamentarsi o chiedere spiegazioni. Il loro senso del tempo è diverso dal nostro e così come accettano i ritardi ritengono che anche noi dobbiamo accettarli. E se arrivano ad un appuntamento qualche ora dopo il previsto non ci possiamo arrabbiare perché tutto qui avviene "pole pole", cioè piano piano.
Anche il personale di sala operatoria ha l'abitudine di affrontare ogni cosa con grandissima flemma e questo può creare irritazione e a volte inconvenienti.
Ma sono così numerosi gli aspetti positivi del nostro lavoro quaggiù, e così forte la riconoscenza di questa gente, che ogni volta che vengo a lavorare negli ospedali africani torno in Italia soddisfatto e pervaso da una grande serenità.